“La Pace” dal diario di Romanin Vittorio detto Brigidin

Sul ritorno dei nostri ancora alcuna speranza. Neppure notizie di papà. E’ un attesa lunga e penosa.

Dio non vuole deludere la nostra ansia. Finalmente si fa strada un barlume di speranza che poi diviene una lieta certezza.

I nostri sono riusciti a varcare il Piave. Tornano e la vittoria li accompagna. Pare un sogno.

Il sintomo piu certo dell’ imminente liberazione sta nella requisizione affrettata e confusa degli ultimi capi di bestiame rimasti in paese e nella improvvisa sospensione di tale operazione. Non tarda la conferma quando con gioia e soddisfazione i gendarmi abbandonano il paese. Siamo liberi ma i nostri si fanno ancora attendere. E’ però un’attesa fiduciosa. Dopo vari giorni arriva il primo dei nostri, un ardito che cerca un ufficiale che probabilmente viveva nascosto per fornire informazioni sul nemico.

Giungono i primi reparti in autocarro. Li incontro vicino a Comeglians mentre torno dal mio ultimo viaggio per viveri. Mi invade una gioia incontenibile. Arrivano poi altre truppe che riprendono il loro posto alla frontiera riconquistata.

Notizie del papà. Grazie a Dio, chiede di noi. Poi scrive nuovamente assicurando il suo prossimo arrivo. In gennaio abbiamo la gioia di abbracciarlo. Ma questa gioia richiama alla mente il dolore per Giuseppina e per gli zii Giuseppe e Tulio che non torneranno. Man mano tornano gli altri zii e parenti.

Il paese si ripopola di giovani e questa volta in abito civile. Vengono ricostruiti i ponti e ripreso il traffico. I negozi vengono riforniti di generi alimentari. Esteriormente è tornata la normalità, come nei tempi prebellici, ma nell’interno di ognuno rimangono le tracce della guerra.

Nei combattenti, nei vecchi, nei bambini si sono addensate in poco tempo tante dolorose esperienze come se avessero trascorso una vita cento volte più lunga.

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